Ignazio Garsia: una vita per il jazz, tra memoria, visione e futuro
Parlare con il Maestro Ignazio Garsia significa attraversare decenni di storia del jazz in Italia, ma soprattutto entrare in una visione culturale che ha sempre avuto un obiettivo chiaro: dare al jazz dignità, continuità e futuro. Fondatore e Presidente della Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group, il Maestro è oggi una delle figure più rappresentative di un impegno che non si è mai limitato alla musica, ma ha sempre guardato alla costruzione di un sistema culturale solido, capace di resistere nel tempo.
Il suo pensiero si muove costantemente tra memoria e progettualità, tra ciò che è stato costruito e ciò che ancora deve essere difeso. In lui convivono il musicista, il didatta, il visionario e il custode di una storia che non è solo personale, ma collettiva.
Maestro, il jazz è stato il filo conduttore della sua vita. Da dove nasce questa passione così profonda?
“La passione per il jazz nasce da un incontro, come accade per tutte le cose autentiche. È una musica che mi ha parlato subito un linguaggio universale, fatto di libertà, identità e dialogo. Da quel momento ho capito che non si trattava solo di ascoltarlo o suonarlo, ma di difenderlo, promuoverlo e farlo crescere. Il jazz è stata una scelta di vita.”
Una scelta che, nel tempo, si è trasformata in missione. Per Garsia il jazz non è mai stato semplice intrattenimento, ma una forma di pensiero, un esercizio di libertà e responsabilità.
Lei ha contribuito in maniera determinante alla diffusione del jazz in Sicilia e in Italia. Qual è stata la sfida più grande?
“La sfida più grande è stata far comprendere che il jazz non è una musica di nicchia, ma un patrimonio culturale universale. Portare grandi artisti, creare stagioni concertistiche, formare pubblico: tutto questo ha richiesto determinazione e continuità. Ma soprattutto ha richiesto una visione. Il Brass Group nasce proprio da questo: dall’idea che il jazz dovesse avere una casa stabile, riconosciuta, viva.”
Una “casa del jazz” che negli anni è diventata un crocevia internazionale. Il Brass Group non è stato solo un luogo di concerti, ma un laboratorio culturale permanente, dove linguaggi, generazioni e sensibilità diverse si sono incontrate.
Nel corso degli anni, il Brass Group è diventato un punto di riferimento internazionale, ospitando leggende del jazz che hanno lasciato testimonianze indelebili. Tra queste, il pianista Oscar Peterson, che definì il Brass “un luogo dove il jazz respira con autenticità e rispetto”. Il contrabbassista Ray Brown parlò di Palermo come di “una casa lontano da casa, dove la musica trova ascolto vero”. Il trombettista Clark Terry sottolineò “l’energia e la serietà di un’istituzione che ha saputo creare un ponte reale tra l’America del jazz e l’Europa”.
A queste esperienze si aggiunge quella della grande compositrice e pianista Carla Bley, che ha legato il proprio nome all’Orchestra Jazz Siciliana attraverso una significativa collaborazione discografica con l’etichetta ECM, contribuendo a rafforzare il prestigio internazionale dell’ensemble e confermando il valore artistico delle produzioni del Brass Group.
Ma dietro questi incontri straordinari c’è una visione costruita giorno dopo giorno, spesso in condizioni difficili, con una determinazione che ha trasformato un’intuizione in una realtà riconosciuta a livello internazionale. Dallo storico scantinato di Via Duca della Verdura con le origini fino ai palcoscenici più prestigiosi, il percorso del Brass Group è stato segnato da una tensione continua verso la qualità e l’autenticità.
Oggi uno dei temi centrali è la stabilizzazione dell’Orchestra Jazz Siciliana. Perché è così importante?
“La stabilizzazione dell’orchestra è un passaggio fondamentale, direi imprescindibile. Non si tratta solo di garantire continuità lavorativa ai musicisti, ma di affermare un principio: il jazz merita strutture stabili, esattamente come la musica classica. Un’orchestra stabile significa progettualità, crescita artistica, identità culturale. Significa poter costruire nel tempo, senza precarietà, per intenderci chiediamo parità di genere….genere musicale.”
Il tema della stabilità si intreccia profondamente con quello della dignità. Per Garsia, riconoscere il valore del jazz significa anche riconoscere il lavoro dei musicisti come professione piena, non subordinata, non marginale.
Che impatto avrebbe questo percorso sui giovani musicisti?
“Enorme. I giovani hanno bisogno di prospettive concrete. Il talento da solo non basta se non trova contesti in cui svilupparsi. Una orchestra stabile rappresenta un punto di riferimento, un luogo dove formarsi, confrontarsi e crescere. È anche un segnale importante: dire ai giovani che vale la pena dedicare la propria vita alla musica, perché esiste un futuro possibile.”
In questa visione, il jazz diventa anche responsabilità educativa. Non solo trasmissione di un linguaggio, ma costruzione di una comunità artistica consapevole. L’impegno didattico del Maestro si inserisce proprio in questa prospettiva: formare musicisti significa formare pensiero, sensibilità, identità.
Il jazz, per sua natura, è libertà. Come si concilia con una struttura istituzionale stabile?
“È una domanda interessante, ma in realtà non c’è contraddizione. La libertà espressiva del jazz ha bisogno di basi solide per potersi esprimere al meglio. Una struttura stabile non limita la creatività, la sostiene. Permette ai musicisti di concentrarsi sulla ricerca artistica senza essere schiacciati dall’incertezza.”
A confermare questo equilibrio tra libertà e struttura sono anche le parole di altri grandi artisti passati dal Brass, come Günter Schuller, che evidenziò “l’importanza di istituzioni capaci di sostenere la creatività senza ingabbiarla”, e ancora Clark Terry, che amava ricordare come “le grandi orchestre nascono quando c’è una visione forte alle spalle”.
Nel pensiero di Garsia, tutto converge verso un punto preciso: il jazz come patrimonio da custodire ma anche da rinnovare continuamente. Non nostalgia, ma memoria attiva.
Guardando al futuro, qual è il suo auspicio per il jazz e per l’Orchestra Jazz Siciliana?
“Il mio auspicio è che si continui a credere nel valore culturale del jazz. Che le istituzioni comprendano fino in fondo l’importanza di sostenere progetti come questo. E soprattutto che si possa finalmente garantire una stabilità all’orchestra, trasformandola in un presidio permanente di cultura. Sarebbe il coronamento di un percorso lungo, ma anche l’inizio di una nuova fase.”
E poi, con una determinazione che non lascia spazio a esitazioni: “Dobbiamo pensare ai giovani. A chi oggi studia jazz e cerca una strada. Senza strutture, senza continuità, rischiamo di disperdere talento e sacrifici. L’orchestra deve diventare un punto fermo, un luogo dove il futuro prende forma.”
Dopo tanti anni di impegno, cosa la spinge ancora ad andare avanti?
“La passione. E il senso di responsabilità. Quando dedichi la vita a qualcosa, non puoi fermarti a metà. Il jazz mi ha dato molto, e sento il dovere di restituire. Finché ci sarà anche una sola possibilità di costruire qualcosa per il futuro, io ci sarò.”
Una visione lucida e appassionata, quella del Maestro Ignazio Garsia, che unisce memoria e progettualità, esperienza e tensione verso il domani. La sua non è solo una battaglia culturale, ma un atto di fiducia nelle nuove generazioni.
Perché il jazz, nella sua idea più profonda, non è solo musica: è un’eredità viva, un linguaggio che attraversa il tempo, una promessa che chiede di essere mantenuta. E oggi più che mai, quella promessa passa dalla possibilità concreta di costruire stabilità, dignità e futuro.